Assicurazione infortuni e invalidità permanente: attenzione alle franchigie e soglie minime

Immagine - Infortunio

Perché una polizza infortuni non sempre ti tutela come credi

Le assicurazioni contro gli infortuni sono spesso proposte come strumenti semplici ed economici per proteggersi da eventi traumatici che possono compromettere la salute fisica e la capacità di produrre reddito. Ma la realtà contrattuale di queste polizze è molto più complessa di quanto emerga dalla pubblicità o dalle brochure degli intermediari.

Molti contraenti pensano che, a fronte di una caduta, un trauma, un incidente domestico o sportivo, riceveranno automaticamente un indennizzo proporzionale alla gravità del danno subito. In verità, le condizioni di liquidazione dell’indennizzo sono regolate da numerosi parametri tecnici, tra cui il più importante è la percentuale di invalidità permanente, alla quale si applicano spesso clausole di franchigia, scoperti, massimali, scale progressive o capitali limitati.

Per chi non ha familiarità con la logica assicurativa, queste clausole possono rendere quasi impossibile ottenere un risarcimento concreto, soprattutto in caso di infortuni lievi o medi, ma comunque significativi nella vita reale.

Il significato tecnico di “invalidità permanente”

Nel linguaggio comune, invalidità permanente è qualsiasi danno che lasci un segno duraturo. Ma in ambito assicurativo la definizione è molto più specifica. Si tratta di una menomazione fisica o psichica, permanente e irreversibile, che compromette in modo definitivo la capacità dell’assicurato di svolgere attività lavorative o funzionali.

Questa invalidità viene determinata sulla base di tabelle medico-legali ufficiali, che attribuiscono a ogni tipo di danno una percentuale. Ad esempio, la perdita totale di un arto può avere una valutazione del 60%, mentre una riduzione della mobilità articolare di una spalla può essere valutata tra il 7% e il 12%. Le compagnie possono fare riferimento alle tabelle INAIL, alle tabelle ANIA, o a quelle specifiche indicate nelle condizioni di polizza.

Il punto critico è che solo se la menomazione raggiunge o supera determinate soglie, previste contrattualmente, si ha diritto all’indennizzo. Ed è qui che entrano in gioco le franchigie.

Franchigia assoluta: la soglia che può annullare tutto

La franchigia assoluta è una delle clausole più diffuse ma anche più fraintese. In una polizza infortuni, la franchigia rappresenta una percentuale di invalidità sotto la quale l’indennizzo non è dovuto. Questo significa che, se la tua assicurazione prevede una franchigia del 7% e l’invalidità accertata è del 6,5%, la compagnia non pagherà nulla, anche se la lesione è documentata e permanente.

Questa clausola viene spesso sottovalutata al momento della sottoscrizione, perché nella simulazione proposta dall’intermediario si considerano casi estremi. Ma nella vita reale, gli infortuni con invalidità permanente comprese tra il 5% e il 15% sono molto più frequenti di quanto si creda. E proprio in questa fascia intermedia, le franchigie agiscono come un muro invisibile tra te e il risarcimento.

Franchigia relativa: il meccanismo che penalizza chi subisce danni “medi”

A differenza della franchigia assoluta, quella relativa non esclude a priori l’indennizzo. Tuttavia, ha un funzionamento ancora più insidioso. Se l’invalidità accertata è inferiore alla soglia fissata nel contratto, ad esempio il 10%, non si ha diritto a nulla. Se invece l’invalidità supera la soglia, il risarcimento viene erogato sulla totalità della percentuale, e non solo sulla parte eccedente.

Questo meccanismo sembra più generoso, ma in realtà crea un forte effetto-soglia. Chi ha una menomazione valutata all’8% riceve zero euro, mentre chi raggiunge l’11% può ricevere l’indennizzo pieno sull’11%. Questo produce una forte discontinuità che non ha nulla a che vedere con la reale gravità del danno.

Scale progressive e invalidità elevate: vantaggi solo nei casi estremi

Alcune polizze più avanzate prevedono l’applicazione di scale progressive. In questi contratti, l’indennizzo cresce in modo non lineare all’aumentare della percentuale di invalidità. Ad esempio, un’invalidità del 40% può essere risarcita come se fosse del 60%. Ma anche qui il beneficio si manifesta solo per invalidità superiori al 25-30%, cioè in situazioni particolarmente gravi.

Nella pratica, questo significa che la maggior parte degli infortuni “seri ma non devastanti”, come fratture mal consolidate, danni neurologici parziali o menomazioni articolari permanenti, non beneficia affatto della progressione e resta penalizzata dalle franchigie o da capitali troppo bassi.

Il capitale assicurato: il grande fraintendimento

Un errore ricorrente è credere che sottoscrivere una polizza da 50.000 euro significhi essere coperti per quella cifra in caso di infortunio. In realtà, il capitale indicato nel contratto rappresenta il massimo risarcibile solo in caso di invalidità permanente totale, ovvero al 100%. Se l’invalidità è del 10%, il risarcimento teorico sarà di 5.000 euro, al lordo di eventuali franchigie. Se c’è una franchigia del 7%, il calcolo si farà solo sul 3%, quindi 1.500 euro.

Inoltre, le somme assicurate sono spesso stabilite in modo arbitrario o al ribasso. In fase di vendita, l’obiettivo è proporre una polizza “leggera” e a basso costo, che però nella pratica offre una copertura illusoria. Solo al momento dell’infortunio ci si accorge che la cifra ottenuta non basta nemmeno a coprire i costi sanitari, fisioterapici o il periodo di inattività lavorativa.

L’importanza delle clausole accessorie e dei rischi esclusi

Un altro aspetto spesso trascurato è la presenza di clausole di esclusione o limitazione della garanzia. Alcune compagnie non riconoscono l’indennizzo per infortuni avvenuti durante la pratica di sport amatoriali, altri escludono attività come sci, mountain bike, equitazione o semplicemente qualsiasi attività svolta durante le ferie. In alcuni contratti, anche l’infortunio in itinere (durante il tragitto casa-lavoro) è escluso o ammesso solo in presenza di clausole aggiuntive.

Esistono poi polizze che escludono infortuni derivanti da atti di imprudenza, abuso di alcol o guida senza casco. Queste clausole sono fondamentali e spesso vengono lette solo dopo che è avvenuto l’incidente, rendendo vana la speranza di copertura.

Come evitare sorprese: valutare una polizza davvero utile

Chi desidera una copertura infortuni efficace deve anzitutto leggere attentamente le condizioni contrattuali, in particolare le franchigie, le modalità di calcolo dell’invalidità, la presenza di scale progressive, i rischi esclusi e i massimali. È utile chiedere al proprio intermediario una simulazione dettagliata: quanto riceverei se subissi un’invalidità permanente del 6%, dell’8%, del 12%? Queste simulazioni aiutano a comprendere se la polizza è costruita per casi estremi o è davvero utile anche nei casi concreti, più frequenti, della vita reale.

È inoltre opportuno scegliere capitali assicurati proporzionati al proprio reddito e al costo della vita, ed eventualmente affiancare la polizza infortuni a una copertura di tipo temporaneo caso morte, una polizza malattia o una copertura per inabilità temporanea, soprattutto per chi svolge lavori autonomi o manuali.

Conclusione: non basta avere una polizza, bisogna avere la polizza giusta

L’assicurazione infortuni è uno strumento potente, ma solo se costruito con consapevolezza. Le franchigie, le soglie di indennizzo, le scale di liquidazione e le esclusioni possono rendere completamente inefficace una polizza che sulla carta sembrava protettiva. Solo leggendo a fondo il contratto, simulando casi concreti e adattando le somme assicurate alla propria realtà, si può trasformare un pezzo di carta in una vera rete di protezione.

Fonte: a cura della Redazione di KTS Finance, info@ktsfinance.com

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